Con Primarosa, una giornata per non dimenticare

I partecipanti - Foto di Foto Giò

Articolo scritto da Pugliese Giulia, Eustachio Gabriele, Pasquetti Giulia della classe IIIA

della scuola Filippo Carretto di Montegrosso d’Asti con la supervisione della docente di lettere Maria Papagni - Foto di Foto Giò 

Mercoledì, 8 febbraio 2017 c’è stato un intervento legato alla giornata della memoria. L’incontro è avvenuto in orario scolastico ed a chiarirci le idee sul nazismo è venuta Primarosa Pia, la figlia di Natale, superstite dei campi di concentramento. Noi classi terze ci siamo riunite in aula musica e, per prima cosa, abbiamo illustrato due video realizzati dagli alunni della terza A. Le clip sul nazismo erano commentate da musica e poesie, scritte da noi, con immagini che ricordavano la vita passata dei prigionieri. Dopo i filmati, Primarosa ha iniziato a raccontarci la storia di suo padre, di come è stato portato via dalla famiglia, che all’inizio era all’oscuro di tutto. Anche le altre famiglie si chiedevano dove finissero le persone catturate e, una volta messe al corrente, volevano saperne il motivo. Primarosa ha risposto a questa domanda e tutti noi ascoltavamo interessati: le diversità sia in fatto di denaro, sia di istruzione ma anche di religione e orientamento sessuale, erano il motivo della “selezione”. A volte gli ebrei supplicavano aiuto ai loro conoscenti che li ospitavano in casa. Se venivano scoperti erano condannati a vita. Molte volte i tedeschi mettevano da parte tutto per salvare alcuni di loro, come narra il film “Storia di una ladra di libri”. I partigiani e i semplici contadini che li avessero aiutati rischiavano di essere portati nei campi di concentramento dai tedeschi. Primarosa ci ha mostrato delle immagini che raffiguravano la vita dei prigionieri, che venivano trattati come animali; erano ammassati nei treni durante il viaggio per arrivare ai lager, una volta scesi, venivano smistati tra maschi e femmine, i bambini piccoli e gli anziani erano i primi a finire nelle fornaci. Le madri si rifiutavano, per la maggior parte, di lasciare i figli andando con loro a morire. Perché con tutte le armi che c’erano hanno preferito usare i gas? Primarosa ci ha spiegato che le munizioni erano troppo costose e che i gas erano un potente disinfettante che i tedeschi utilizzavano sui vestiti degli ebrei contro i pidocchi e che, inalato in grande quantità poteva uccidere. I giovani, vestiti di stracci, subivano la rasatura quindi erano costretti a svolgere lavori pesanti che servivano all’economia tedesca. Molti morivano per le violenze fisiche, la denutrizione o per le malattie. Perdevano la loro identità e dignità perché venivano chiamati non più per nome, ma per il numero che gli tatuavano sul braccio . A questo proposito abbiamo visto un video di un donna che raccontava di un tedesco che, dopo la sconfitta aveva gettato la pistola davanti a lei. La donna avrebbe potuto scegliere se ucciderlo o lasciarlo in vita. Lei scelse la seconda opzione e ora, che ha 80 anni, non si pente della sua scelte. “La differenza tra me e lui è stata proprio questa. Sono felice di essere stata la vittima e non il carnefice”. Queste parole ci hanno toccato il cuore. L’intervento di Primarosa c’è servito molto a capire cos’è veramente importante nella miseria, e non si tratta di avere l’ultimo modello di cellulare. Dopo aver parlato con lei per più di due ore e dopo aver ascoltato pazientemente le nostre domande e i nostri interventi, le abbiamo regalato un libretto con le nostre riflessioni questa giornata per non dimenticare”.

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